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DA DOVE RICOMINCIARE
da Il Corriere della Sera, 17 gennaio 2013


Ho visto dove ricomincia Bologna. Ovvero dove, anche in un'epoca di crisi e di “avvilimento dei cuori” come lo chiamava il grande poeta Baudelaire, ci sono le energie per ripartire. Ho visto insomma qualcosa che è più forte di ogni pur legittimo lamento e di ogni tentazione a mandare tutto in malora. L'altra sera al teatro auditorium Manzoni un pianista non ancora trentenne, Alexander Romanovsky, ha tenuto le oltre mille persone radunate da Musica Insieme nell'incanto e nello struggimento di due ore di concerto. Non una fuga del mondo, ma una entrata, in profondità, nel cuore e nell'animo umano, come sanno fare maestri della musica come Rachmaninov o Bach. E il pubblico - di ogni età e censo, come si diceva un tempo - era lì a ritrovarsi, a ritrovare le energie del cuore.
Ecco, Bologna può ripartire da qui. Da questo struggimento incanto. Che è il dna profondo di una città che troppo spesso ha pensato che affidarsi al denaro, alla politica perfetta, all'amministrazione o all'arte del compromesso bastasse a tenere lontano la malora. Invece, è solo in questo struggimento e incanto che rinasce la forza. Il resto - capacità di impegno, di creazione, di impresa, di organizzazione etc - nasce dove ci sono cuori vivi. Capaci di lasciarsi ferire e portare della bellezza. Diranno: è un discorso da poeti, una specie di sogno. Ma pare evidente che l'essersi affidata alla apparente maggior concretezza fredda delle transazioni finanziarie, dei giochi di potere e dell'esercizio del calcolo ci abbia portato in una specie di incubo. Che rende tutto più triste.
La musica che l'altra sera ha riacceso i cuori non è nata da uomini che vivevano in epoche serafiche o senza crisi. Anzi, in molti casi è nata nell'esilio e nella difficoltà grave. Ma concerti come altra sera ci ricordano che l'uomo è di più delle circostanze in cui si trova a vivere, e che le sue risorse non coincidono con la situazione materiale
di Davide Rondoni
Talento senza frontiere Alexander Romanovsky
Appena diciassettenne, il pianista ucraino si aggiudica l’ambito Premio Busoni, mettendo in luce la sua tecnica impeccabile ma soprattutto una straordinaria sensibilità interpretativa, che lo ha portato nel tempo a divenire uno dei pianisti più apprezzati di tutto mondo. Considerato da larga parte della critica l’erede artistico del grande Vladimir Horowitz, suo conterraneo, Alexander Romanovsky è attualmente impegnato con la registrazione del suo nuovo disco, il terzo per la Decca Italia. Un’opera interamente dedicata alle Sonate di Rachmaninov. Un compito arduo quello del Maestro, chiamato a diffondere unitamente alla più famosa Seconda sonata anche la Prima, amatissima dal compositore russo ma decisamente poco conosciuta dal pubblico. Un progetto sostenuto dalla Fondazione Rachmaninov nella figura di Alexander, nipote di Rachmaninov nonché grande amico ed estimatore del Maestro Romanovsky. Ucraino di nascita ma italiano di adozione. Una risorsa preziosa, dunque, per il nostro Paese. Da scoprire attraverso la sua musica e, perché no, attraverso questa nostra intervista.
Il Punto (luglio, 2012)
Il piano di Romanovsky fa «volare» Rachmaninov
[...] Così, mentre il Rachmaninov di Battistoni è lì che suda il suo crossfit, ecco volargli sopra il Rachmaninov terso e saettante del pianista Alexander Romanovsky (nella foto). Vera stella della serata, il virtuoso ucraino fa scintillare una «Rapsodia su tema di Paganini» spiritata e leggera, tutta riflessi e magie. Luminosa anche quando intona il «Dies irae».

-Gian Mario Benzing
Corriere della Sera, 9 maggio 2012
La favola di Alexander
«La grande scuola russa ha un approccio emozionale alla musica. Per noi è importante commuovere chi ci ascolta nella maniera più naturale. Oggi viviamo in un' era altamente tecnologizzata, la precisione è tutto, la sensibilità è altra dai tempi di Vladimir Horowitz, la cui sorella, Regina,è stata insegnante del mio maestro. Quel che cerco di fare io è trovare nuovi elementi che possano attualizzare l' approccio di quell' importante tradizione».
La Repubblica
GLAZUNOV
Performance: * * * *
Recording: * * * * *

[...] I was particularly taken with the wonderfully sweet and sensitively nuanced playing of violinist Rachel Barton-Pine, the nobility and warmth of Wen-Sinn Yang's cello and above all the extraordinarily rich sound from pianist Alexander Romanovsky.

Erik Levi

BBC Music Magazine
Glazunov-Recording of the month
While there have been single discs of Glazunov concertos before no one has offered an edition of the complete concertos. The rather uneven Naxos set using Russian forces included them all but dotted around various CDs mixed in with other orchestral pieces. There five true concertos. With one exception – Piano concerto 1 – these are all shorter than 21 minutes. Add to this three genre miniatures. [...] The Second Piano Concerto is a work written in 1917, a decade after the last complete symphony (No. 8) though you can hear something of that symphony mixed with oriental spices in the finale. With its heart’s-ease opening theme this is a work that combines scirrocos of Tchaikovskian drama with the decorative delights of the Saint-Saens concertos. The longest work here, at just over half an hour, is the First Piano Concerto. Its dancing delicacy is fully displayed at 5:34 in the first movement but there is more grandstanding blazon later on and a strong infusion of stormy Rachmaninov. If you love the Arensky and Scriabin concertos you must hear this and the Second Concerto. Time and again these recordings satisfy with their technical qualities – the saw-toothed bite of the brass is just one example on display in the finale of the First Concerto. Alexander Romanovsky has the necessary tempestuous command for the piano concertos as well as reserves of quiet tenderness and a way of spinning filigree to connote fruity substance. [...] This goes straight to the top of the recommended versions of the concertos. I cannot imagine it being surpassed, so strong and sympathetic are these performances and recordings.

Rob Barnett
Music Web International
Conductor Serebier continues to showcase his affinity for the music of Glazunov, here with a band of gifted soloists.
[...] The kinship between Glazunov’s two piano concertos with the spirit of Rachmaninov seems fairly plain, although the B Major projects a Slavic impulse that bows at once to Balakirev, Rimsky-Korsakov, and Chopin. Soloist Alexander Romanovsky keeps the glittery plastic effusiveness of the keyboard part in the forefront, the piano’s adding more color than content. The writing has more in common with the dreamy harp sections of Tchaikovsky ballets than the thunderous drama of that composer’s concertos. The Andante does provide a tender song. The last movement shares a melodic shape with the equivalent movement in Edward MacDowell’s D Minor Concerto, for my money. The 1911 Concerto No. 1 in F Minor takes its structure from the Tchaikovsky Trio in A Minor, whose own second movement is a theme and variations in the form of character pieces. Its first movement theme more than resembles the third movement from Rachmaninov’s Second Symphony. The lighter scoring of some episodes resembles a cross between Liszt and Litolff.[...]

Gary Lemco
AUDIOPHILE AUDITION

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